Solo il mercato può liberare la politica dalle "tentazioni"

La lottizzazione non è una patologia o una perversione di un sistema altrimenti sano: fa parte del codice genetico della proprietà pubblica delle imprese. Le rivelazioni di Franco Bechis, che su Libero ha documentato come nei regolamenti interni del Partito democratico sia previsto che i consiglieri d’amministrazione “d’area” versino un obolo, possono apparire, a seconda dei punti di vista, la dimostrazione di un comportamento particolarmente trasparente o particolarmente spudorato.
16 AGO 20
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Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha minacciato di querelare il quotidiano di Maurizio Belpietro, ma le accuse di Bechis sono ben contestualizzate e precise: dal punto di vista della rispondenza ai fatti, dunque, c’è poco da aggiungere. Quello che bisogna enfatizzare, però, è che non stiamo parlando di un comportamento deviante, o di poche mele marce. Stiamo parlando di mele sanissime e, in generale, oneste e in buona fede, che rispondono perfettamente e razionalmente alle logiche dell’ambiente nel quale si muovono. Ambiente, appunto, che non è tanto (o solo) quello del Pd, ma piuttosto quello dell’intreccio perverso tra l’azionista pubblico e le società da esso controllate.
Se un’impresa è di proprietà di un ente pubblico, i suoi amministratori vengono per definizione nominati da sindaci, assessori, presidenti e ministri. Il legame di fiducia, che è il presupposto necessario per una buona governance, non li vincola all’azionista teorico, cioè il contribuente, ma all’azionista in carne e ossa, cioè il partito. Che, a sua volta, legittimamente esegue (generalmente) le nomine con riguardo alla fedeltà più che alla competenza, o a entrambe le cose in egual misura – e una è chiaramente di troppo. Non solo: la mission degli amministratori così nominati è massimizzare il valore per il loro azionista reale, non per quello teorico. E, poiché l’azionista reale è anche nella posizione di cambiare le regole a vantaggio delle “sue” imprese, questo conduce a due possibili esiti. Il primo esito è che, senza troppo senso del pudore, approfitterà di questo potere, falsando il gioco concorrenziale. L’altra possibilità è che non lo faccia, ma i concorrenti (attuali e potenziali) sanno che in qualunque momento potrebbe farlo. Comunque vadano le cose, le pressioni competitive si allentano. Ne soffrono il mercato, gli investimenti, e i consumatori.
In tutta questa giravolta, non si vede quale interesse pubblico sia tutelato. Il “costo” della lottizzazione potrebbe essere tollerabile se producesse un beneficio: ma chi l’ha mai visto, questo beneficio? E, prima ancora di vederlo, chi l’ha mai enunciato, individuato, definito, stimato e misurato? Le domande a cui la classe politica dovrebbe rispondere, nel momento in cui pretende di mantenere le mani su un numero esorbitante di imprese controllate, sono queste. Porre tali domande, e fornire delle risposte argomentate e convincenti, dovrebbe essere particolarmente urgente in un momento in cui le società controllate dal governo e dagli enti locali rappresentano un potenziale tesoretto da impiegare utilmente per abbattere il debito pubblico, col duplice risultato di contenere la spesa per interessi e rassicurare i mercati. I regolamenti interni del Pd sono la manifestazione di un paese dove la cultura politica si declina secondo logiche feudali, ma dovrebbero spingere a prendere dei provvedimenti o, almeno, fornire delle spiegazioni. Purtroppo, invece, chi dovrebbe se la cava in altro modo: si costerna s’indigna s’impegna poi getta la spugna con gran dignità.